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Notizie - La lettera del Vescovo ai sacerdoti ed ai diaconi della Diocesi

Tortona, 23 marzo 2020

Carissimi presbiteri e diaconi,
nel dispormi a scrivere questi pensieri ho nel cuore il

peso della preoccupazione per il nostro don Enrico Bernuzzi che in ospedale a Voghera sta lottando contro il virus: siamo in molti a chiedere al Signore il dono della sua guarigione e vogliamo continuare a farlo con insistenza: Signore, nella tua santissima volontà, ascoltaci.

Vi raggiungo con questo scritto volendo condividere alcune riflessioni per non rischiare, io per primo, di vivere superficialmente questi giorni, come se fossero una lunga attesa nella speranza che tutto ritorni come prima. Vi dico subito che la prospettiva di mettere tra parentesi questi giorni per un ritorno alla “normalità” oltre a non pensarla possibile, non la ritengo nemmeno auspicabile: dobbiamo poter imparare qualcosa.

Per un certo tempo abbiamo pensato che tra tutti i prodotti “made in China” che fanno parte della nostra vita quotidiana, l’unico che non avremmo mai importato sarebbe stato proprio il nuovo virus. Abbiamo, così, iniziato a guardarlo da lontano, con un certo distacco.

Poi, a fine febbraio – ma ci dicono che già da prima si muovesse tra di noi in incognito, come lui sa ben fare – ce lo siamo ritrovato vicino a casa: i nomi esotici delle città del paese della Grande Muraglia sono diventati i nomi delle città a noi vicine. E abbiamo cominciato a sentire una certa inquietudine, esorcizzata troppo spesso con una buona dose di superficialità. Un esempio? L’insofferenza di molti nell’accogliere disposizioni che – dall’alto di chissà quali conoscenze scientifiche o dal basso di chissà quali rivelazioni private figlie di una visione magica della fede – venivano giudicate troppo restrittive. Forse, un po’ di umile obbedienza è spesso più sana di tanti nostri pensieri illuminati.

Infine, ai nomi delle città lombarde a noi vicine, si sono sostituiti i nomi dei nostri paesi e, a stringere sempre più il cerchio, i nomi dei nostri amici e dei nostri familiari. Improvvisamente e con stupore – ma la sorpresa è davvero poco giustificata – non solo ci siamo sentiti circondati e assediati dal virus, ma già invasi, dovendo prendere atto della sua presenza fin dentro le nostre relazioni, le nostre chiese, le nostre case, i nostri corpi, le nostre anime.

Anche il nostro presbiterio è stato visitato: desidero ricordare con tanta gratitudine per il suo ministero il caro don Giacomo Buscaglia che il Signore ha chiamato a sé: uomo buono, sacerdote mite, stimato e amato da tutti. E con lui i sacerdoti orionini – Don Serafino Tosatto, Don Giuliano Baldi, Don Cesare Concas – della comunità del santuario della Madonna della Guardia, insieme alle care Suore. Il Signore li accolga nella sua pace. Purtroppo, nelle nostre comunità l’elenco dei nomi delle persone che ci hanno lasciato è lungo e – Dio non voglia – non ancora completo.

 

Scrivendo a voi, cari sacerdoti e diaconi, sento, anzitutto il desiderio di ringraziarvi per come cercate, nei limiti oggettivi imposti da questa situazione, di stare vicino alla nostra gente. In tutti voi ho sentito una vera partecipazione alla fatica delle nostre comunità nella ricerca sincera di vivere quella particolare forma di amore che è la carità pastorale. Di questo vi ringrazio di cuore.

La diffusione del virus ha attivato un profondo cambiamento: penso che ci vorrà molto tempo per poterlo comprendere. Forse ora, nella fatica di questo periodo, possiamo solo avviare una riflessione, nel desiderio di comprendere che cosa il Signore dice a noi, alla nostra Chiesa di Tortona, al cuore di ogni uomo.

La sospensione delle celebrazioni eucaristiche con il popolo e di tutte le nostre attività ci ha imposto una condizione molto diversa da quella vissuta ogni giorno, segnata dal moltiplicarsi degli impegni pastorali e amministrativi. Più volte abbiamo patito un ritmo di vita che – complice, forse, anche un certo nostro“disordine” – lasciava poco tempo alla relazione con Dio e alla nostra formazione. Perché, allora, non “approfittare” di questo tempo, per di più quaresimale, per riscoprire la grazia della celebrazione (malgrado l’assenza del popolo), per rinnovare il nostro ascolto della Parola, per dedicarci alla preghiera, e, perché no, allo studio? Abbiamo a disposizione quel tempo di cui lamentiamo spesso la mancanza: occorre non disperderlo.

A tal proposito permettetemi un consiglio, forse ovvio e da voi già praticato, ma credo sempre utile per me e per voi. Se non vogliamo disperdere il tempo, dobbiamo organizzarlo: il mettere ordine in queste nostre giornate stabilendo un orario di preghiera attorno al quale programmare le altre attività, ci permette di affermare – e non solo a parole – la priorità della nostra relazione con Dio e ci aiuta ad avere una buona economia del tempo. Potremo così dedicare uno spazio privilegiato per la celebrazione dell’Eucaristia e la sua adorazione, come pure per approfondire la Parola di ogni giorno, anche facendoci aiutare da una buona esegesi: la Parola e il Pane spezzato hanno la forza di illuminare ciò che stiamo vivendo ma richiedono la disponibilità a lasciarci trasformare nell’ascolto obbediente e nella conformazione alla sua offerta.

Oggi in un comunicato della CEI inviato ai vescovi, ho letto fin dove può arrivare questo ascolto trasformante: «Mentre scriviamo queste brevi note siamo raggiunti dalla notizia della morte di un anziano sacerdote, don Giuseppe Berardelli, deceduto a Bergamo, dopo aver rinunciato al respiratore perché fosse reso disponibile per altri. È l’immagine di una Chiesa viva, credente, presente, testimone e solidale con il dramma che colpisce tutti. Una Chiesa che sul territorio è in prima linea con la sua prossimità, la sua preghiera, la sua carità: parla nei suoi Pastori, nei suoi preti, nei religiosi e in un numero straordinario di laici, nelle mille forme di una disponibilità che semina speranza nel cuore di questo lungo inverno». Potrei anche non aggiungere altre parole.

Dicevo che questi giorni possono anche offrirci un’opportunità per dedicarci allo studio: la nostra formazione continua è importante per essere sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (cfr. 1Pt 3,15). Gli argomenti da approfondire possono essere molti: anzitutto il magistero di Papa Francesco, che troppo spesso conosciamo solo attraverso il filtro riduttivo di una informazione deformante. La lettura delle parole del Papa – le sue, non

 

quelle selezionate da falsi profeti, dentro e fuori della Chiesa – certamente potrà arricchirci e forse anche sorprenderci. Anche l’approfondimento di temi teologici importanti con i quali abbiamo a che fare quotidianamente e, in questo tempo, in modo drammatico (come, ad esempio, il tema del male, della sofferenza, della morte) può aiutarci nel portare il conforto della fede che non può ridursi in una qualche logora parola “spirituale”. Tutto questo senza alcuna saccente presunzione di chi da sano pretende di insegnare ad un malato come vivere la malattia, ma sempre con il rispetto dovuto alla sacralità del dolore di ogni uomo. Anche una lettura che ci aiuti a comprendere la complessità dei fenomeni che viviamo, in un tempo che – il Papa lo ha più volte ricordato – “non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca” (Udienza alla Curia Romana, 21 dicembre 2019), ci può aiutare a radicarci nel momento in cui viviamo incarnando l’annuncio evangelico.

Nell’organizzare il nostro tempo, dobbiamo aver– penso soprattutto ai più giovani, ma non solo – una particolare attenzione per quanto riguarda la nostra frequentazione di internet e, in particolare, l’uso dei social. È indubbia la loro utilità: la visione della celebrazione eucaristica e dei momenti di preghiera trasmessi attraverso i siti diocesani – ben sapendo che non uguaglia in nessun modo la reale partecipazione all’assemblea liturgica – è una modalità che ci permette di vivere in questa situazione la comunione che ci unisce e che nessuna limitazione potrà mai sospendere. Il poter raggiungere molte persone anche solo con un messaggio offre una possibilità di vicinanza mentre ci viene chiesto di rispettare il “distanziamento sociale”.

Dobbiamo, tuttavia, vigilare sia rispetto ad una insaziabile bramosia di informazioni che rischia di occupare inutilmente molto del nostro tempo, sia rispetto ad una certa invasività dei social media che spesso impongono la loro presenza su tutto ciò che facciamo, obbligandoci ad uno stato di perenne connessione con un “altrove” che finisce per assorbire tutta la nostra attenzione, alienandoci dall’oggettività della relazione con le cose, con i luoghi, con le persone, con Dio. Esagero? Spero di sì: se così fosse, abbiate la pazienza di accogliere queste parole come un semplice invito a vigilare.

Nella vita di un ministro ordinato tutto è ministero, anche la sua preghiera. Inoltre, riaffermare la priorità della nostra relazione con Dio non solo non toglie spazio all’azione pastorale, ma la qualifica. Per coerenza con il principio dell’Incarnazione, una buona azione pastorale presuppone sempre la conoscenza di Dio e la conoscenza dell’uomo, realtà che evidentemente non possiamo pensare di aver acquisito una volta per sempre, ma che vengono a noi donate in un percorso progressivo del quale l’attuale situazione può diventareuna tappa significativa.

Che cosa vive in questo tempo la nostra gente? Voi lo sapete bene, perché non c’è possibilità più grande di conoscere il cuore dell’uomo come quella data dal fare il prete secondo il cuore di Dio. Accenno ad una sommaria descrizione: lo smarrimento di chi all’improvviso vede infrangersi la propria presunzione dionnipotenza, scoprendosi fragile, vulnerabile, mortale; la solitudine e la paura dei nostri anziani, privati, nelle case di riposo, della visita dei propri familiari; il dolore per l’impossibilità di stare accanto ai propri cari negli ultimi giorni di vita, senza

 

nemmeno il conforto di un ultimo saluto o del cordoglio nel momento della sepoltura; la fatica di una convivenza imposta dal dover stare in casa che spesso esaspera le tensioni delle nostre relazioni incapaci di accogliere l’altro; la privazione dello stare insieme in tutte le sue forme, non ultima quella dell’assemblea liturgica; la solitudine dei poveri che nell’emergenza diventano sempre più uno “scarto”; la fatica fisica e dell’anima di chi si dedica con tutte le sue forze e al di sopra delle sue forze per curare i malati; la preoccupazione per le conseguenze economiche e lavorative dell’epidemia. E sono persone, volti, nomi, storie.

Quale carità pastorale possiamo vivere? Non ho ricette facili: la novità della situazione ci chiede modi nuovi che dobbiamo scoprire, o, meglio, che dobbiamo lasciarci suggerire dallo Spirito Santo che guida la Chiesa. Per certo siamo chiamati ad esserci, così come già cerchiamo di fare, senza mai stancarci di cercare vie nuove. É tempo nel quale dobbiamo trovare i modi possibili per far sentire l’amore di Dio al cuore sofferente dell’uomo.

Forse la prima cosa che possiamo offrire è l’ascolto. Il Risorto che appare ai due discepoli che, impauriti e delusi, se ne tornano ad Emmaus, prima li ascolta, poi riscalda il loro cuore con la sua Parola per prepararli a riconoscerlo nello spezzare il Pane. L’ascolto è la condizione previa di ogni annuncio. In questi giorni alcuni di voi mi hanno detto di passare molto tempo al telefono per far sentire la propria vicinanza, in altro modo impossibile, a chi vive la fatica di questa situazione: è buona cosa, che possiamo ben utilizzare prendendo noi l’iniziativa di una chiamata. Allo stesso modo anche una equilibrata presenza sui social può essere di grande aiuto. La qualità del nostro ascolto, sostenuto dall’azione dello Spirito in noi, dà forma al nostro parlare di Dio, del suo amore, della sapienza della croce, della luce della Risurrezione.

Se avete avuto la pazienza di leggermi fin qui, approfitto per dirvi un’ultima cosa. Tra il 1918 e il 1920 un’altra pandemia, la cosiddetta Spagnola, uccise milioni di persone nel mondo: tra di loro anche Giacinta e Francesco, i pastorelli di Fatima. Mi ha sempre impressionato come questi bambini hanno vissuto la loro malattia. Dice Giacinta nelle memorie di Lucia: «La Madonna è venuta a vederci e ha detto che molto presto verrà a prendere Francesco per portarlo in Cielo. A me ha chiesto se volevo ancora convertire più peccatori. Le ho detto di sì” [...] Quando arrivò il momento per suo fratellino di partire per il Cielo (Francesco morì il 4 aprile 1919), lei gli fece le sue raccomandazioni: Porta tanti saluti al Signore e alla Madonna, dì Loro che soffrirò tutto quello che vorranno, per convertire i peccatori e riparare al Cuore Immacolato di Maria» (Prima memoria di Lucia, III,2, p. 59). Che cosa vuol dire riparare al Cuore Immacolato di Maria?

Rispondendo ad una domanda durante l’incontro con i parroci e il clero della Diocesi di Roma (22 febbraio 2007), Benedetto XVI così si esprime:

«Mi sembra che dobbiamo andare a fondo, arrivare al Signore stesso che ha offerto la riparazione per il peccato del mondo, e cercare di riparare: diciamo, di mettere equilibrio tra il plus del male e il plus del bene. Così, nella bilancia del mondo, non dobbiamo lasciare questo grande plus al negativo, ma dare un peso almeno equivalente al bene.

 

Questa idea fondamentale si appoggia su quanto è stato fatto da Cristo. Questo, per quanto posso capire, è il senso del sacrificio eucaristico. Contro questo grande peso del male che esiste nel mondo e che tira giù il mondo, il Signore pone un altro peso più grande, quello dell’amore infinito che entra in questo mondo. Questo è il punto importante: Dio è sempre il bene assoluto, ma questo bene assoluto entra proprio nel gioco della storia; Cristo si rende qui presente e soffre fino in fondo il male, creando così un contrappeso di valore assoluto. Il plus del male, che esiste sempre se vediamo solo empiricamente le proporzioni, viene superato dal plus immenso del bene, della sofferenza del Figlio di Dio.

In questo senso c’è la riparazione, che è necessaria. Mi sembra che oggi sia un po’ difficile capire queste cose. Se vediamo il peso del male nel mondo, che cresce in permanenza, che sembra avere assolutamente il sopravvento nella storia, ci si potrebbe — come dice sant’Agostino in una meditazione — proprio disperare. Ma vediamo che c’è un plus ancora più grande nel fatto che Dio stesso è entrato nella storia, si è fatto partecipe della storia ed ha sofferto fino in fondo. Questo è il senso della riparazione. Questo plus del Signore è per noi una chiamata a metterci dalla sua parte, ad entrare in questo grande plus dell’amore e a renderlopresente, anche con la nostra debolezza. Sappiamo che anche per noi c’era bisogno di questo plus, perché anche nella nostra vita c’è il male. Tutti viviamo grazie al plus del Signore. Ma Egli ci fa questo dono perché, come dice la Lettera ai Colossesi, possiamo associarci a questa sua abbondanza e, diciamo, far aumentare ancora di più questa abbondanza concretamente nel nostro momento storico».

La piccola Giacinta a pieno titolo può far sue le parole di San Paolo: «Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24).

Prosegue Benedetto XVI richiamando un discorso teologico di Gregorio Nazianzeno:

«Il Padre non voleva il sangue del Figlio, il Padre non è crudele, non è necessario attribuire questo alla volontà del Padre; ma la storia lo voleva, lo volevano le necessità e gli squilibri della storia; si doveva entrare in questi squilibri e qui ricreare il vero equilibrio. Questo è proprio molto illuminante. Ma mi sembra che non abbiamo ancora sufficientemente il linguaggio per far capire questo fatto a noi e poi anche agli altri. Non si deve offrire a un Dio crudele il sangue di Dio. Ma Dio stesso, con il suo amore, deve entrare nelle sofferenze della storia per creare non solo un equilibrio, ma un plus di amore che è più forte dell’abbondanza del male che esiste. Il Signore ci invita a questo».

Nel giorno della nostra ordinazione presbiterale abbiamo manifestato la volontà di assumere gli impegni del ministero a noi affidato. Il contenuto di ogni domanda è sempre e solo la persona di Gesù. In sintesi la richiesta è unica: vuoi essere, per la gloria di Dio e per la Chiesa, Gesù, presenza del suo essere pastore, maestro, sacerdote, presenza della sua preghiera? La domanda

 

conclusiva fa sintesi di quelle che la precedono, con queste parole: «Volete essere sempre più strettamente uniti a Cristo sommo sacerdote, che come vittima pura si è offerto al Padre per noi, consacrando voi stessi a Dio insieme con Lui per la salvezza di tutti gli uomini?». Con la risposta – Sì, con l’aiuto di Dio, lo voglio – abbiamo dichiarato la nostra volontà di partecipare, sostenuti dalla grazia di Dio, all’offerta di Gesù. Il modo concreto è – lo sappiamo – l’esercizio del ministero a noi affidato. Le funzioni sono distinte (servo, pastore, maestro, sacerdote) ma tutte pervase da una sola dimensione martiriale, di offerta. Come sacerdoti siamo chiamati a vivere, in ogni atto ministeriale, la nostra partecipazione all’offerta di Gesù. Allo stesso modo, anche a voi diaconi è stato chiesto: «Voi che sull’altare sarete messi a contatto con il corpo e sangue di Cristo volete conformare a lui tutta la vostra vita?».

Non sono parole diverse da quelle che la Santissima Vergine disse il 13 maggio 1917 a tre bambini: «Volete offrirvi al Signore per sopportare tutte le sofferenze che Lui vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?». E alla loro risposta – Sì, lo vogliamo – viene data a loro una garanzia: «Allora, avrete molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto» (Seconda memoria di Lucia, II,2, p. 82).

Forse ci sorprendono le parole “tutte le sofferenze che lui vorrà mandarvi”: infatti, queste parole possono essere accolte solo dai piccoli, come i pastorelli, i quali comprendono subito che si tratta non di un castigo ma di una proposta d’amore. A dire: se lo volete, vi viene data la possibilità di mettervi dalla parte del Crocifisso, di amare il mondo come Lui lo ha amato, partecipando alle sue sofferenze. È un discorso estremo, come sempre estremo è il linguaggio dell’amore.

Non sto dicendo che l’epidemia è conseguenza del peccato e che dobbiamo placare l’ira di Dio: una tale visione deforma a tal punto il volto del Padre, rivelato a noi nel volto di Cristo, da risultare blasfema. A tal proposito, le parole di Gesù sulla condizione del cieco nato sono chiare: «Passando, vide un uomo cieco dallanascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”».

Sto dicendo che siamo chiamati a far entrare l’amore di Dio nelle sofferenze della storia partecipando al bene assoluto dell’offerta di Gesù. Che cosa ha vissuto don Giuseppe di Bergamo rinunciando al respiratore se non questo? La misura d’amore a cui ogni nostro gesto sacerdotale tende è esattamente questa. Quale altro significato potrà mai avere il dire sul pane: Prendete e mangiate questo è il mio corpo, se non quello di una chiamata per noi a metterci dalla sua parte, ad entrare dentro questa misura estrema d’amore, anche nella nostra debolezza?

Il ministero di intercessione che siamo chiamati a vivere non può risolversi solo in una intenzione di preghiera: è, invece, il farsi carico delle sofferenze dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nell’esercizio del ministero, sapendo che questo ci offre la possibilità di dare compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella nostra carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa (cfr. Col 1, 24).

 

Come a lui piacerà, “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,13).

Scrivo a voi, ma parlo a me. Che cosa renderà più bella la nostra Chiesa di Tortona chiamata a vivere questi giorni difficili? La mia, la nostra partecipazione al sacrificio che celebriamo. Lo Spirito ci insegni la via e completi in noi l’opera che ha iniziato. L’eccomi di Maria ci custodisca.

Vi ringrazio, vi abbraccio e vi benedico.

+ Vittorio

Data: 26/03/2020



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