Venerdì, 23 Febbraio 2024
Diocesi di Tortona
Sua Ecc.za Rev.ma
Mons. Guido Marini
Vescovo

X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

PRIMA LETTURA

Dal primo libro dei Re
In quei giorni, il figlio della padrona di casa, [la vedova di Sarepta di Sidòne,] si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare. Allora lei disse a Elìa: «Che cosa c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?».
Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?». Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo».
Il Signore ascoltò la voce di Elìa; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Elìa prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elìa disse: «Guarda! Tuo figlio vive». La donna disse a Elìa: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

SALMO RESPONSORIALE

Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.

Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato,
non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.
Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,
mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.

Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,
della sua santità celebrate il ricordo,
perché la sua collera dura un istante,
la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera ospite è il pianto
e al mattino la gioia.

Ascolta, Signore, abbi pietà di me,
Signore, vieni in mio aiuto!
Hai mutato il mio lamento in danza,
Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre.

SECONDA LETTURA

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati
Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri.
Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.

IL VANGELO DELLA DOMENICA

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo».
Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

IL COMMENTO

Alla ripresa delle domeniche del Tempo Ordinario, ritroviamo un tema ancora tipicamente “pasquale”: il continuo confronto tra la morte e la vita.

Un rigoroso parallelo corre tra la prima lettura e il Vangelo di questa domenica: la risurrezione del figlio della vedova di Zarepta da parte di Elia e il ritorno in vita del figlio della vedova di Nain per l'intervento di Gesù. Vi sono particolari significativi che accomunano i due fatti narrati: in ambedue i casi si parla infatti di un ragazzo, di una vedova e anche, in un certo qual modo, di una rassegnazione al dolore e alla morte. E in entrambi i casi si verifica il miracolo!

1. Elia, fuggito alla persecuzione del re Acab per aver contrastato il paganesimo da questi introdotto in Israele, viene accolto da una vedova nella città di Zarepta. Questa gli dimostra di avere una grande fede nel Signore e di riconoscere nella sua persona un "uomo di Dio"; quindi lo accoglie nonostante lo stato di estrema indigenza e lo rifocilla. Poco dopo il figlio della vedova viene colto da malore e cade privo di vita. A quel punto la donna, ormai disperata e forse rassegnata alla perdita del proprio ragazzo, si arrabbia contro se stessa sfogandosi con Elia: se il figlio è morto davanti ad "un uomo di Dio" ciò significa che lei ha commesso riprovevoli peccati al punto di meritare questa orrenda punizione. Questo era il pensare tipico dell'epoca. "Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia iniquità e per uccidere mio figlio?" Elia interviene. Il fanciullo torna a vivere e la donna confida in Dio ora riconosciuto come amore, misericordia, vincitore della morte e datore della vita, il quale le si è presentato non per mezzo di un punitore, ma attraverso un profeta, un vero uomo di Dio.

2. Gesù, alla porta della città di Nain vede uscire un corteo funebre: portano a sepoltura un ragazzo. La madre che segue la bara è l’icona del più grande dolore che si possa vivere in una vita: “figlio unico di madre vedova”.

Gesù ha compassione. Questo atteggiamento Dio lo prova verso tutte le situazioni di dolore, anche verso quelle situazioni che Egli non risolve secondo le nostre attese e soprattutto secondo la nostra fretta e il nostro metro di giudizio. Certa è questa posizione: il dolore è un prodotto del peccato umano e Dio non gode per il dolore come non gode per il peccato. "Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi" (Sap 1, 12).

Gesù ha compassione e la Sua compassione è attiva, è una compassione che vuol modificare la folle situazione creata dal peccato umano.

“Donna, non piangere!”. Un comando che Gesù ripete sempre di fronte a tutte le situazioni di dolore.

Non piangere: se la malattia divora il tuo corpo, ricordati che la salute non è il primo bene della vita. Al primo posto c’è la vita di grazia.

Non piangere: se la morte arriva in giovane età, non ritenerla una disgrazia. Non è il numero degli anni che dà più valore ad una vita, ma è la qualità morale della vita che dà valore agli anni (cfr la vita di quei santi morti in giovane età: Domenico Savio, Luigi Gonzaga, Maria Goretti)…

3. Risurrezione o rianimazione? Secondo alcuni autori, per l’episodio del Vangelo, si deve parlare non di una risurrezione ma di una rianimazione: cioè un ritorno alla vita, ma per morire nuovamente. La risurrezione, invece, è una condizione di vita nella quale non è più possibile morire perché anche il corpo è stato redento dall’onnipotenza di Dio. È importante questa precisazione perché altrimenti il miracolo di Gesù viene letto e capito in senso opposto al Suo intendimento. Gesù ridona la vita al ragazzo per manifestare a tutti le intenzioni di Dio: Egli desidera ardentemente eliminare la morte. Allora questa rianimazione è soltanto “segno” per dare speranza e per garantire l’impegno di Dio a favore di tutti. Infatti in questa fase della storia la preoccupazione di Dio è tutta tesa a liberarci dalla prima e vera morte: quella del peccato! È questa morte che Dio vuole eliminare, prima di tutto, estirpandola dal cuore di tutti: questa morte, cioè il peccato, è il vero male e la vera tragedia dell’uomo. "Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva" (Ez 34, 11).

Pertanto, in attesa della risurrezione, chiediamo al Signore di rianimarci con la sua Parola e con la sua vicinanza/forza di eliminare il peccato che “spegne” la nostra vita.
Marco Daniele

IL SANTO DELLA SETTIMANA

Oggi, 6 giugno la Chiesa fa memoria di San Marcellino Champagnat, sacerdote francese canonizzato da giovanni Paolo II il 18 aprile 1999, fondatore dell'Istituto dei Piccoli Fratelli di Maria (Fratelli Maristi delle Scuole). Nacque il 20 maggio 1789 a Marlhes, sulle montagne del Centro-Est della Francia, nella diocesi di Lione proprio l’anno in cui scoppia la Rivoluzione. Fu battezzato con i nomi di Marcellin Joseph Benoît. Era il nono e ultimo figlio di un mugnaio che fu anche sindaco del paese e fu educato in una famiglia cristiana. La madre lo educò con particolare cura e con l’aiuto di una zia religiosa. 
Invece di andare a scuola, Marcellino, imparò a fare il mugnaio, il contadino, il falegname e il muratore. Suo padre gli trasmette il gusto per l’azione, il senso della responsabilità e l’apertura alle nuove idee. Una sera del 1804 un sacerdote bussò alla porta di casa sua, lo avvicinò e lo esortò a farsi prete. Marcellino accolse con gioia l’invito ma essendo troppo poco istruito per entrare in seminario, fu mandato presso maestro di scuola in un paese vicino. Al termine dell’anno fu rimandato in famiglia perché ritenuto incapace di proseguire gli studi. Anziché lasciarsi abbattere andò con la mamma alla tomba di S. Francesco Regis a La Louvesc, e poi vinse le esitazioni dei genitori e li esortò a preparare il suo corredo, dicendo loro: “io sarò prete perché Dio lo vuole”. 
Nel 1805 entrò nel piccolo seminario di Verrières. Gli anni del seminario furono per lui un tempo di crescita umana e spirituale. Nonostante l’applicazione, al termine dell’anno, fu dichiarato incapace di profitto. Rifece con la madre il pellegrinaggio alla tomba di S. Francesco Regis e ottenne di essere riammesso in seminario per ritentare la prova. Con la grazia di Dio e un raddoppiato sforzo riuscì a proseguire regolarmente gli studi. Nel 1813 Marcellino passò al seminario maggiore di Lione dove strinse amicizia con S. Giovanni Maria Vianney, il futuro curato d’Ars e con Giovanni Claudio Colin, il futuro fondatore dei Padri Maristi. Si associò ad un gruppo di seminaristi che avevano il progetto di fondare una Congregazione costituita di sacerdoti, religiose e terz’ordine, sotto la protezione della Santissima Vergine, per rievangelizzare la società. Impressionato dalle carenze culturali e spirituali dei ragazzi dei centri rurali, Marcellino avvertì l’urgenza di includere nella “Società di Maria” anche un ramo di “Fratelli” per l’educazione cristiana della gioventù. Fu ordinato sacerdote il 22 luglio 1816 e il giorno dopo si recò al santuario di Fourvière per consacrarsi alla Madonna e in quel momento si sentì ispirato a fondare la congregazione dei Piccoli Fratelli di Maria. Nominato viceparroco di La Valla, tracciò un regolamento di vita in cui la preghiera, la meditazione, le visite al S.S. Sacramento e le mortificazioni avevano la parte preponderante. Poi si mise al lavoro cominciando a fare il catechismo ai bambini. La visita agli ammalati, il catechismo ai fanciulli, la sollecitudine per i poveri, il sostegno della vita cristiana delle famiglie furono le attività essenziali del suo ministero. La sua predicazione semplice e diretta, la profonda devozione a Maria, lo zelo apostolico colpirono i parrocchiani. Il 2 gennaio 1817, dopo soli sei mesi dall’arrivo a La Valla, Marcellino, comperò una casetta vicino alla canonica, la restaurò, l’ammobiliò con le proprie mani e vi accolse i primi due novizi. Fu loro maestro nello studio e guida nell’arte della fabbricazione dei chiodi e nella coltivazione dell’orto. Ad essi, se ne unirono altri e tutti decisero di indossare un abito di colore azzurro, in segno della loro consacrazione alla Madonna. Le vocazioni giusero numerose tanto da dover costruire una nuova casa che si chiamò “Nostra Signora dell’Hermitage”. Esonerato della funzione di vice parroco, nel 1825, potè consacrarsi interamente al suo Istituto. Il clero, però, non comprendeva il progetto di questo giovane sacerdote senza esperienza e privo di mezzi. Marcellino, pienamente consapevole dei propri limiti, si affidò solo su Dio alla protezione di Maria, la “Buona Madre”. “Fare conoscere e amare Gesù Cristo” fu la missione che assegnò ai suoi Fratelli. Ispirò ai suoi discepoli l’amore e il rispetto per i fanciulli, l'attenzione per i poveri, la dedizione ai più ingrati e ai più emarginati, in particolare agli orfani. La presenza prolungata accanto ai giovani, la semplicità, lo spirito di famiglia, l'amore al lavoro, tutto secondo il modo di operare di Maria, furono i punti basilari della sua concezione educativa. Nel 1836 i Fratelli divennero un ramo della Società dei Padri Maristi, avendo sempre come proprio superiore padre Champagnat, che scrisse la loro regola. Consumato dalle fatiche e dalle numerose penitenze morì all’età di 51 anni il 6 giugno 1840. Nel 1852 tardi i Fratelli tornarono autonomi e nel 1903 furono espulsi dalla Francia per le leggi anticlericali e la casa generalizia fu trasferita in Piemonte, a Grugliasco.

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Data: 06/06/2013



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