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Notizie - XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

PRIMA LETTURA

Dal secondo libro di Samuèle
In quei giorni, Natan disse a Davide: «Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi aggiungerei anche altro.
Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Urìa l’Ittìta, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammonìti.
Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Urìa l’Ittìta».
Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore!». Natan rispose a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai».

SALMO RESPONSORIALE

Togli, Signore, la mia colpa e il mio peccato.

Beato l’uomo a cui è tolta la colpa
e coperto il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto
e nel cui spirito non è inganno.

Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»
e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato.

Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia,
mi circondi di canti di liberazione.
Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!
Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia!

SECONDA LETTURA

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati
Fratelli, sapendo che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno.
In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.
Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano.

IL VANGELO DELLA DOMENICA

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».
In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.

IL COMMENTO

La Liturgia di questa domenica ci offre tre letture che sono dei poemi di bellezza e di ricchezza spirituale.

La prima e la terza lettura ci regalano due racconti tratti dalla vita del re Davide e da quella di Gesù e che hanno come tema il confronto tra peccato e perdono!

Nella prima lettura si narra di come il re Davide l’ha fatta grossa: ha fatto mettere in prima fila durante una battaglia il comandante del suo esercito, Urìa, un Ittìta, cui aveva rubato la moglie Betsabea e dalla quale avrà un figlio subito dopo.

Per mascherare e legittimare il suo adulterio, Davide si macchia anche di omicidio. Il profeta Natan lo affronta e gli rinfaccia il suo duplice peccato. “Ho peccato contro il Signore” esclamerà allora Davide con cuore pentito. Una confessione che lo porterà a salvezza: “Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai”.

Ancora più bello è il racconto che Luca incastona nel suo Vangelo!

Come per altre pagine evangeliche, ho letto tante volte questo brano e non mi sono mai soffermato molto su questo particolare: perché questa donna entra in casa di Simone il fariseo e compie tutti questi gesti di amore e dedizione totale a Gesù?

Forse troppe volte, nelle letture precedenti, avevo fissato l’attenzione sul fariseo, sulle sue critiche e i suoi pregiudizi e sull'insegnamento che riceve da Gesù.

Di fatto, lo scambio di battute avviene tra Simone che ha invitato Gesù a casa sua e Gesù stesso. E' a lui che Gesù raccontata la parabola con lo scopo di istruirlo nella misericordia.

La donna che irrompe nella scena invece non dice nulla. Non pronuncia nessuna parola. Ma sono i suoi gesti a parlare in modo molto intenso e commovente.

Il suo linguaggio non-verbale (come si potrebbe chiamare usando un termine preso dalla scienza della comunicazione) dice molto di quello che è avvenuto e che ancora accade nella vita di questa donna.

Lei è lì a compiere questi gesti di estrema cura nei confronti di Gesù, perché si è sentita amata da lui.

Quando Gesù pronuncia le parole "I tuoi peccati sono perdonati" e "La tua fede ti ha salvata", non sta parlando al presente, come di qualcosa che avviene in quel momento.

A mio avviso, Gesù semplicemente ricorda alla donna, al fariseo e anche a noi, che lei ha già ricevuto il perdono, un perdono che la donna riconosce proprio con l'azione di lavare, asciugare, baciare e profumare i piedi di Gesù, colui che l'ha perdonata.

L'esperienza del perdono ricevuto in modo gratuito trasforma la donna e la rende testimone di bellezza interiore, proprio lei che agli occhi del fariseo rimane una disprezzabile prostituta.

Gesù vede una donna rinnovata che ama, il fariseo vede solo una peccatrice che sarebbe da allontanare e punire.

Due punti di vista diversi che ci provocano a ripensare il nostro modo di vederci gli uni e gli altri.

Il fariseo vede una peccatrice, Gesù invece vede una donna da accogliere e da amare.

Mi stupisce sempre la potenza dello sguardo di Gesù.

Cosa ha visto quella donna negl'occhi del Rabbì di Nazareth? Come si è sentito guardato Zaccheo per ribaltare la sua vita? Cosa ha provato Levi quando il Maestro lo ha schiodato dal banco delle imposte? Cosa hanno visto Simon Pietro e gli altri pescatori in quello sguardo, per lasciare tutto e seguirlo?

Davvero… che sguardo ampio e accogliente aveva Gesù!!!

Tutto il Vangelo ci dice: oggi questo sguardo è per te!

Per te così come sei oggi, con le tue bellezze e tue fragilità, con le tue amarezze e le tue gioie.

Questo sguardo è per te, per fare pace, per lasciarti perdonare e accogliere dall'abbraccio del Padre, per portare allo scoperto il piccolo fariseo giudicante e moralista che ti abita, per scoprire che c'è una possibilità nuova, che c'è uno sguardo posato su di te che può rialzarti da tutte le tue miserie e accompagnarti in ogni tua gioia.

Tutti siamo perdonati e amati.

Tutti, se vogliamo, possiamo essere comunità di persone che hanno sperimentato nella propria vita la tenerezza del Padre… Tutti possiamo essere capaci di perdono e di misericordia.

Marco Daniele

IL SANTO DELLA SETTIMANA

La Chiesa il 15 giugno ricorda il martire Vito, venerato anche dalla Chiesa ortodossa. Il suo culto, diffuso in tutto il mondo, è attestato dalla fine del V secolo e il suo nome rientra tra i 14 Santi detti “Ausi-liatori” e invocati fin dal Medioevo.

La sua vita, di cui si hanno poche notizie, ci è stata tramandata principalmente da una Passio del VII secolo. Vito nacque a Mazara, antica città della Sicilia Occidentale, in una famiglia nobile da un padre pagano e da una madre cristiana, intorno al 286. Pochi giorni dopo la nascita, essendo morta la madre, gli fu data per nutrice la cristiana Cre-scenzia e per precettore Modesto, anche lui fedele discepolo di Cristo.

Alla scuola di Crescenzia e Mode-sto, Vito fu educato nella pratica della vita cristiana e chiese il battesimo. Il padre, venuto a conoscenza della sua fede, usò tutti mezzi per farlo abiurare. Non riuscendo nell’intento lo denunziò a Valeriano che governava la Sicilia in qualità di preside, in quale ordinò di arrestarlo, mentre a Roma Diocleziano scatenava la feroce persecuzione contro i cristiani. Vito fu condotto davanti al tribunale e fu accusato d’essere cristiano. Valeriano, prima con le buone maniere, poi con le minacce, cercò vanamente di fargli rinnegare la fede. Ordinò anche che fosse flagellato con le verghe.

Si tramanda che, a seguito dell’ordine dato, il braccio di Valeriano rimase colpito da paralisi. Turbato da simili avvenimenti, Valeriano riconsegnò Vito al padre, abbandonando la persecuzione. Vito allora fuggì dalla casa paterna con i suoi educatori. Imbarcandosi di notte su di una nave, guidata da un angelo del Signore in veste di nocchiero, si rifugiò a Capo Egitarso (l’odierno San Vito Lo Capo). Dopo qualche tempo, riconosciuto, fu costretto a riprendere la peregrinazione. Da Capo Egitarso girò in diversi luoghi della Sicilia e compì vari miracoli. Tra questi si ricorda quello operato a Regalbuto dove risuscitò, dalla morte un fanciullo, sbranato e ucciso dai cani. Questo è probabilmente il motivo per cui si vede spesso rappresentato con un cane ai suoi piedi. Con Modesto e Crescenzia poi imbarcò e raggiunse il golfo di Sa-lerno. Giunse in Lucania (la Basili-cata) e con i suoi due compagni, cominciò a predicare il Vangelo e molta gente si convertì. Di lui si diffuse la fama che fosse un taumaturgo e un giorno i soldati di Dio-cleziano lo condussero a Roma dall’imperatore, il quale l’aveva fatto cercare per guarire il figlio, ammalato di epilessia e per questo ritenuto un indemoniato. Per intercessione di Vito, il figlio dell’imperatore guarì, ma costui pretese che il santo rinnegasse Gesù. Lo fece rinchiudere in prigione con i compagni e lo sottopose a varie torture. Secondo la leggenda fu immerso in un calderone di pece bollente, da cui uscì illeso; poi fu gettato fra i leoni, infine con Modesto e Crescenzia fu appeso a un cavalletto e le sue ossa furono straziate. Si narra, poi, che degli angeli liberarono i tre e trasportarono presso il fiume Sele, dove morirono il 15 giugno 303. Vito quando morì aveva tra i 12 anni e i 17 anni.

Per quanto riguarda la sepoltura e il trasferimento delle reliquie di San Vito, ci sono differenti tradizioni.

Secondo un racconto dell’XI secolo, Fiorenza, principessa di Salerno, salvata da una tempesta nel fiume Sele grazie all’intercessione di San Vito, fece voto a Dio di dare sepoltura al martire e fece seppellire i tre corpi vicino al fiume.

Un altro racconto narra della traslazione delle reliquie in Francia, al tempo di Pipino il Breve, quando l’abate Fulrado trasportò nel monastero di San Dionigi, presso Parigi, le reliquie, che vi rimasero fino all’anno 836.

Da lì passarono poi al monastero di Corbeia Nova (Corvey) e un braccio del santo arrivò anche a Praga, dove gli fu dedicata la cattedrale.

E’ invocato contro l’epilessia e la còrea, una malattia nervosa che dà movimenti incontrollabili, detta pure “ballo di san Vito” ed è il protettore di muti, i sordi e i ballerini, per la somiglianza nella gestualità agli epilettici. 

APPROFONDIMENTI

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Data: 12/06/2013



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