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Notizie - XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

PRIMA LETTURA

Dal libro del profeta Amos
Guai agli spensierati di Sion
e a quelli che si considerano sicuri
sulla montagna di Samaria!
Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani
mangiano gli agnelli del gregge
e i vitelli cresciuti nella stalla.
Canterellano al suono dell’arpa,
come Davide improvvisano su strumenti musicali;
bevono il vino in larghe coppe
e si ungono con gli unguenti più raffinati,
ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.
Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati
e cesserà l’orgia dei dissoluti.

SALMO RESPONSORIALE

Loda il Signore, anima mia.

Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.

Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.

SECONDA LETTURA

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo
Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni.
Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo,
che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio,
il beato e unico Sovrano,
il Re dei re e Signore dei signori,
il solo che possiede l’immortalità
e abita una luce inaccessibile:
nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo.
A lui onore e potenza per sempre. Amen.

IL VANGELO DELLA DOMENICA

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: 
1/CO260.jpg«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. 
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. 
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

IL COMMENTO

Nell'antico Israele era pensato come "il seno di Abramo". Gesù lo designa come "la casa del Padre". Comunemente oggi è chiamato con una parola di origine persiana che significa "giardino". E' il paradiso, il luogo (o meglio, lo stato di vita) del mondo venturo, nel quale è dato agli uomini di raggiungere la piena e definitiva felicità. Ad esso si contrappone l'inferno, abitualmente pensato come luogo di tormenti (in realtà, è la condizione di chi, avendo rifiutato Dio, soffre eternamente della sua mancanza). Di inferno e paradiso parla, nei termini popolari della tradizione, la parabola che costituisce il vangelo di questa domenica.

"C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe". Notare la finissima ma sostanziale differenza: il povero ha un nome, il ricco no; davanti a Dio il povero ha dignità di persona: chiamandolo per nome, Dio gli presta quell'attenzione che spesso il mondo gli nega. Quanto poi alle differenze socio-economiche tra i due, la situazione descritta trova un parallelo d'attualità: da una recente statistica risulta che, mentre nel terzo mondo si muore di fame, nel "primo" mondo quasi metà del cibo prodotto va sprecato.

"Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo", cioè accanto al patriarca, nel luogo degli eletti cari a Dio. "Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui". Allora, gridando, chiede al patriarca di mandare Lazzaro ad alleviare le sue sofferenze con almeno una goccia d'acqua. Impossibile, è la risposta, mentre inutile è la richiesta successiva: che Lazzaro vada ad ammonire i fratelli del ricco, dediti a una vita come la sua, perché non finiscano anch'essi all'inferno. Abramo risponde: per non finire come te, ascoltino Mosè e i Profeti, vale a dire seguano gli insegnamenti della Sacra Scrittura, Parola di Dio. Il ricco insiste: "No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti".

Bella risposta, si direbbe diretta anche a quanti per credere reclamano miracoli, salvo poi, quando i miracoli avvengono, trovare mille pretesti per non riconoscerli. Peraltro, il cristiano crede proprio perché Uno è risorto dai morti, e nutre la speranza di giungere un giorno accanto a lui, dove restare per sempre. Questa speranza illumina il senso e lo scopo della vita presente: il suo successo, come la riuscita in una gara o in qualunque altra impresa, si misura non sulle difficoltà del percorso ma sul conseguimento della meta. Nella gara della vita, conseguire la meta non dipende dal caso, come un terno al lotto; paradossalmente non dipende neppure dalla volontà di Dio, il quale a tutti indica la strada e alla fine si limita a registrare la volontà dei concorrenti.

Questa parabola ci invita a porci alcune domande: che vale la mia preghiera, se io tengo tutto per me; che vale la mia comunione con il Signore, se io non entro in comunione con il povero che incontro; che vale il mio battesimo, se io non riesco a condividere la mia festa, se io non so essergli vicino perché possa anche lui sorridere alla vita?

La strada, suggerisce la parabola, è quella tracciata dalla Parola di Dio, da accogliere e tradurre nel vissuto quotidiano, specie per quanto riguarda l'uso dei propri beni e l'attenzione a chi è in difficoltà. La liturgia di oggi ci invita a ritornare all'amore per i poveri, alla speranza nella giustizia di Dio, alla fiducia nei confronti della sua Parola. Dunque, si finisce all'inferno o in paradiso non per caso, né per una capricciosa decisione del Giudice. E' una scelta, fatta ora, fatta qui.

IL SANTO DELLA SETTIMANA 

1/sTeresa.jpgIl 1° ottobre è la festa di Santa Teresa di Gesù Bambino, monaca carmelitana francese, proclamata Dottore della Chiesa il 19 ottobre 1997. Questa santa conosciuta e amata in tutto il mondo nacque ad Alençon, il 2 gennaio 1873 da Louis e Zèlie Martin. Fu battezzata con i nomi di Maria Francesca Teresa. I genitori, appartenenti alla piccola borghesia, ebbero nove figli, di cui lei era l’ultima. Quando Teresa aveva quattro anni, nel 1877, morì la madre e la famiglia si trasferì a Lisieux. I suoi genitori furono poi beatificati. Fu educata dalle Benedettine di Lisieux e ricevette la prima comunione l’8 maggio 1884, quando, come lei stessa racconta, ebbe l’esperienza della grazia dell’unione intima con Cristo.

Poche settimane più tardi ricevette anche il sacramento della cresima.

Nel frattempo due sorelle, Paolina e Maria, erano entrate nel convento del Carmelo di Lisieux e Teresa voleva seguirle, ma non potè per la sua giovane età. Teresa, all’epoca quattordicenne, però non si diede per vinta e durante il pellegrinaggio francese a Roma, nel novembre del 1887, per il giubileo sacerdotale di Leone XIII, approfittò dell’udienza pontificia, per chiedere direttamente al Papa di poter entrare in monastero prima dei 18 anni. Qualche mese dopo, le fu concesso di entrare nel Carmelo di Lisieux, era il 9 aprile del 1888 e lei aveva 15 anni. Il 10 gennaio 1889 ricevette l’abito dell’Ordine. Fece la professione religiosa l’8 settembre 1890. Prese il nome di suor Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo. In monastero però non trovò un’oasi di santità.

La superiora non la capiva e qualche consorella la maltrattava.

Teresa, allora, cominciò a trasformare in stimoli di santificazione i maltrattamenti e le offese, restituendo gioia in cambio delle sofferenze.

Nel Carmelo cercò di percorrere il cammino della perfezione tracciato da S. Teresa di Gesù, con fervore e fedeltà, compiendo sempre con impegno i compiti comunitari. Il 9 giugno del 1895, nella festa della Santissima Trinità, si offrì vittima di olocausto a Dio. Il 3 aprile 1896 ebbe la prima manifestazione della tubercolosi, la malattia che la condusse alla morte. A partire dall’8 luglio 1897 Teresa lasciò definitivamente la sua cella per l’infermeria del monastero. Nello stesso periodo ebbe inizio quella che lei stessa definì “la notte della fede” che durò fino alla morte e della quale offrì una profonda testimonianza nei suoi scritti. Nel 1895 la superiora del monastero, che era sua sorella maggiore, ordinò a Teresa di mettere per scritto la sua ricerca spirituale dell’amore. Nacque così il manoscritto autobiografico A. Tale scritto fu completato prima che fosse iniziata la prova della fede. In seguito, nel settembre 1896 e poi nel giugno 1897, sempre in obbedienza alla nuova priora, redasse rispettivamente gli altri due manoscritti, catalogati come B e C. I tre manoscritti furono poi raccolti nell’opera postuma, “Storia di un’anima”. Teresa nella sua breve vita si cimentò anche con il teatro. Compose 8 lavori teatrali che mise in scena personalmente nel teatro del Carmelo, noti come “Récréations Pieuses”. Le sue sorelle e le altre religiose le furono accanto durante i 18 mesi della malattia, mentre i dolori e le prove, sopportati con pazienza, si intensificarono fino a culminare con la morte, nel pomeriggio del 30 settembre del 1897. Le sue ultime parole “Dio mio, io ti amo” furono il sigillo della sua esistenza, che terminò all’età di 24 anni. Fu canonizzata da Pio XI il 17 maggio 1925 e dallo stesso Papa proclamata Patrona universale delle missioni, nel 1927. Dal 1944, assieme a Giovanna d'Arco, è anche patrona di Francia. Dopo la morte  divenne apostola, missionaria e la sua voce cominciò a percorrere la Francia e il mondo, suscitando numerose conversioni. La sua dottrina e il suo esempio di santità sono stati recepiti con grande entusiasmo, anche fuori della Chiesa cattolica.

E’ stata proclamata Dottore della Chiesa, per la solidità della sua sapienza spirituale, per l’originalità delle sue intuizioni teologiche e l’universalità del suo messaggio spirituale accolto in tutto il mondo.

Nell’iconografia è rappresentata con in mano delle rose perché lei stesse scrisse: “Passerò il mio Cielo a fare del bene sulla terra. Farò scendere una pioggia di rose”.

 

APPROFONDIMENTI

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Data: 25/09/2013



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