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Notizie - Il vescovo Mons. Vittorio Viola: «Lui ci desidera e ci viene a cercare»

Il Natale, l’anno che sta per finire, il futuro della Chiesa di Tortona, l’emergenza lavoro, i bisogni dei poveri, i giovani, la politica: in questa intervista “a tutto campo” il vescovo Mons. Vittorio Viola ci invita a non avere paura e ad accogliere il Figlio di Dio che si fa bambino per noi.
Con un augurio – speciale – per i nostri lettori.

«Lui ci desidera e ci viene a cercare» 

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Eccellenza, il Natale si avvicina: che cosa porta nel cuore quest’anno? 

Porto nel cuore i volti di molti fratelli e sorelle che il Signore mi ha messo accanto, la grazia dell’incontro con loro, di ogni incontro, sia quello della sola stretta di mano al termine di una celebrazione in visita pastorale, sia quello di una comunione più profonda in un dialogo, in una condivisione dell’impegno pastorale. Porto nel cuore molte gioie e molte fatiche, di tanti, insieme alle mie. Il sentimento che prevale è la speranza. Nel tempo di Avvento e nella celebrazione del Natale sento sempre la speranza della certezza del suo ritorno – perché il Signore tornerà, lo ha promesso e lo Spirito e la Chiesa Sposa lo invocano – e la gioia della nascita, come di un nuovo inizio, nella continua novità della sua presenza: l’incontro con lui che sorprendentemente ci desidera fino a venirci a cercare, è la questione decisiva della mia vita, della nostra vita. 

Qual è il ricordo più vivo del suo Natale da bambino? 

Poche feste lasciano nel cuore emozioni, sentimenti profondi, come la festa del Natale. Da piccoli abbiamo una semplicità che ci rende più aperti alla rivelazione del mistero di un Dio che per amore si fa uomo.
I miei ricordi da bambino immagino che siano i ricordi di molti. Mi viene in mente un sentimento di gioiosa attesa, vissuta nei gesti semplici del preparare l’albero, il nostro presepe con le sue statuine – credo di ricordarmele tutte, singolarmente – che ogni anno riprendevano vita.
Penso ai canti della novena. All’attesa trepidante del passaggio di Gesù Bambino che nella notte ci portava i suoi doni. Su tutto la serenità e il calore della mia famiglia. 

Gesù è nato per tutti, soprattutto per chi ha perso la fede, la speranza nel futuro, la possibilità di vivere una vita serena. A Natale il nostro pensiero non può non andare ai poveri. 

La consolazione del Natale viene dal fatto che non siamo più soli, il Signore è l’Emmanuele, il Dio-con-noi. L’aver assunto la nostra condizione umana fa di ogni esperienza dell’uomo il luogo della sua presenza e, quindi, dell’incontro con lui.
Non c’è situazione di vita che il Signore non voglia visitare con il suo Natale. L’incarnazione è un livellamento al basso, è l’estremo d’amore di un Dio che colma la distanza che il nostro peccato ha messo tra noi e lui.
È venuto a cercarci. Nel suo farsi piccolo, incontra per primi i piccoli, i poveri. Servirebbe a poco ridurre il Natale ad una effimera emozione: l’amore con il quale siamo stati amati chiede di essere condiviso.
La strada è la stessa che lui ha percorso: si è fatto prossimo a noi per farsi carico della nostra povertà. La questione non si risolve con una elemosina, che spesso è una briciola del nostro superfluo. Occorrerebbe riflettere sui molti volti della povertà per capire come poterci fare prossimo.
C’è una povertà materiale di tanti fratelli e sorelle davanti alla quale non possiamo essere indifferenti. Penso ad una povertà diffusa che è la solitudine, nelle sue diverse forme, che ci chiede una presenza. Penso, anche, alla povertà di chi non ha fede, che ci interpella rilanciando la nostra gioia di annunciare il Vangelo. 

Questo è l’ultimo numero del 2019. Che anno è stato per lei? 

Faccio fatica a fare un bilancio della vita di un anno.

Ho come la sensazione di non conoscere fino in fondo la verità dei dati che solo il Signore conosce. Quando lui farà il bilancio, quello ultimo, avremo delle sorprese. Detto questo, sono molto grato al Signore per il dono della vita: l’anno che è passato, veloce, velocissimo, è stato un anno pieno, ricco di cose belle e non privo di fatiche.

Il pensiero di essere servo inutile mi conforta: inutile perché è lui che opera.

A noi viene chiesto non di concludere l’opera ma di consumarci per essa. 

E per la Chiesa di Tortona? 

Siamo in cammino. Ho detto più volte che ciò che conta è la direzione più che la velocità del nostro passo. Vedo, però, la tentazione del parcheggio, di una indefinita sosta nel “si è sempre fatto così”, “abbiamo già provato”, “la gente non capisce” (e non è vero!).

Se il fermarci non serve per riprendere forza nell’ascolto della Parola e nella celebrazione dei sacramenti, allora rischia di essere una resistenza a vivere ciò che lo Spirito ci suggerisce e che il nostro discernimento ecclesiale ha compreso, e non da ora (mi riferisco al Sinodo diocesano del 1993).
Non dobbiamo avere paura. 

È vescovo della nostra Diocesi dal 2014: continua a sognare una scelta (e una Chiesa) missionaria capace di trasformare ogni cosa? 

Certo! Sono le parole con le quali Papa Francesco ci esorta a riscoprire la gioia dell’annuncio del Vangelo.
La Chiesa è nel mondo per questo e tutto nella Chiesa deve essere pervaso da questa tensione missionaria.
Questo mondo che ha dimenticato Dio ma che ne sente – anche inconsapevolmente – una nostalgia infinita, è un grande spazio di annuncio che ci interpella come comunità di credenti.
Ci chiede un cambiamento che è una conversione pastorale. Il cammino è quello tracciato dalle lettere pastorali e approfondito nei nostri convegni diocesani.
Quest’anno ho voluto firmare la lettera pastorale nel giorno dell’anniversario della mia ordinazione episcopale, dopo averne presentato i contenuti all’apertura dell’anno pastorale, il 27 settembre.
Nei prossimi giorni verrà pubblicata. Ho voluto indicare l’“Eccomi” di Maria come il modello esemplare della risposta della Chiesa al progetto di Dio: è con una consegna libera, fiduciosa, incondizionata che siamo chiamati a corrispondere alla nostra vocazione ecclesiale. 

A che punto siamo con il progetto delle comunità pastorali? 

Stiamo lavorando. I vicariati hanno presentato delle proposte per ridisegnare il territorio della diocesi in comunità pastorali.
Il Consiglio episcopale le sta esaminando per offrire ai vicariati ancora una possibilità di valutazione prima di rendere operative le scelte. Il territorio è vasto, i fattori da considerare sono molteplici, ma il progetto si va concretizzando.
È un primo passo: a questo dovrà seguire una ridistribuzione del clero sulla base delle necessità pastorali.
Decisivo è anche il tema della corresponsabilità di tutti e, certamente, dei laici: la riflessione avviata nell’ultimo convegno diocesano ci offre preziosi spunti per arrivare a scelte condivise. 

Nelle ultime settimane ha celebrato la messa all’ex Ilva di Novi e ha visitato il dormitorio tortonese “Matteo 25”.
I problemi del lavoro negato e di chi non ha un tetto sotto cui dormire, sono tristemente attuali. Che cosa possiamo fare, nella quotidianità, per trovare soluzioni condivise?

Questa nostra società ha generato, come spesso ci ricorda Papa Francesco, una “cultura dello scarto”, non solo il fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione ma di una esclusione che crea scarti, persone non solo ai margini ma rifiutate dalla società.
Alla radice c’è l’egoismo dell’uomo che ha rifiutato Dio e ogni riferimento etico, finendo per servire molti idoli, tra tutti, in particolare, quello del denaro.
All’ex Ilva 5000 lavoratori diventano “esuberi”, vale a dire scarti, sacrificati all’idolo del profitto. Gli amici che ogni sera vengono al nostro dormitorio – senza voler negare la responsabilità delle scelte che ciascuno di noi ha su di sé, sempre commisurata alla nostra reale libertà – faticano a trova percorsi di reinserimento.
Che cosa possiamo fare? Anzitutto interessarci dei problemi, scrollarci di dosso l’indifferenza e il lamento sterile che tende a vedere le colpe degli altri.
Dobbiamo far circolare con le parole e con i gesti sentimenti diversi dall’egoismo, aprirci all’altro, come chi ogni sera accoglie al dormitorio. E con loro molti altri. Non abbiamo alibi, siamo a casa di Don Orione: solo la carità salverà il mondo. 

Parliamo di giovani: nella società di oggi si va dagli “sdraiati” a chi fa volontariato e aiuta il prossimo.
Tutti, però, hanno un po’ meno certezze nell’avvenire; alcuni non credono nella famiglia e nel matrimonio; altri ancora si ribellano a qualsiasi tipo di regola, specie a scuola. Dove andremo a finire? 

I giovani sono le prime vittime di un mondo che ha perso la strada perché ha perso Dio.
Il problema dei giovani è il mondo che noi adulti abbiamo costruito. Ma hanno grandi potenzialità e quando incontrano contesti buoni sanno aprirsi a gesti di autentica generosità.
Le esperienze della pastorale giovanile della nostra diocesi lo dimostrano. Penso alla partecipazione alle iniziative diocesane per il Sinodo dei giovani; alle esperienze in Burundi e in Kosovo; alla missione giovani dello scorso mese di ottobre a Voghera; alle attività dei nostri oratori. 

La politica è sempre di più un terreno di scontro: lei, nel suo messaggio alla Città per san Marziano aveva rivolto ai politici un forte e appassionato appello ad abbassare i toni e a ricercare continuamente il dialogo.
Pensa di essere stato ascoltato?
 

Non basta un messaggio per cambiare quella che – ad ogni livello della vita della società e, in particolare, nella politica – sembra essere l’unica modalità di relazione, vale a dire, lo scontro.
Fatichiamo a fidarci della forza delle nostre idee o, ancor peggio, pensiamo di dar forza a ciò che forza non ha urlando, insultando, mettendo in ridicolo, rinunciando alla persuasione di un ragionamento per preferire l’effimera sicurezza di slogan martellanti. Ma io continuo ad aver fiducia nel cuore dell’uomo.
Penso che come comunità dobbiamo riscoprire la forza della riflessione della dottrina sociale della Chiesa, punta avanzata del pensiero cristiano sull’economia, sul lavoro, sulla vita dell’uomo. 

Fin qui l’ho costretta a parlare di cose che non vanno: c’è però un lato della sua persona che mi ha sempre colpito e cioè la sua incrollabile fiducia in un mondo migliore che le viene, senza dubbio, dalla certezza di essere sostenuti dall’amore di Dio.
Non ha mai momenti di sconforto?
 

No. Ho momenti in cui faccio fatica, ma sento che il Signore è all’opera.
Penso alla parabola del Regno: il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Noi, in fondo, siamo un “pretesto” che Dio si compiace di usare per far conoscere al mondo il suo amore. Piuttosto, spero di non essere troppo inadatto. 

La gente le vuole tanto bene. Lo si avverte sempre e lo abbiamo avvertito anche durante la sua visita pastorale.
Sa che molti temono che un giorno potrà lasciare la nostra Diocesi per ricoprire nuovi incarichi altrove?
 

Il bene lo sento, la visita pastorale per me è davvero un dono.
Altri pensieri non servono, non mi appartengono. Ho sempre cercato di obbedire col cuore e il Signore è sempre stato fedele, più di me, ovviamente.
Sono qui e sono a casa, come solo ci si può sentire quando stiamo nella sua santissima volontà. 

Che messaggio vuole inviare ai lettori del “Popolo”? 

Un augurio per un santo Natale.
Riscopriamo i valori, le gioie autentiche della vita: lo stare insieme, l’amicizia, la famiglia, la solidarietà, il servizio, l’amore per la bellezza, per l’arte, per la creazione. Accogliamo il Figlio di Dio che si fa bambino per noi: è il segreto della nostra gioia. 

Matteo Colombo

cfr IL POPOLO

Data: 24/12/2019



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